La guerra, attraverso i loro occhi

La guerra, attraverso i loro occhi

La mostra aperta all'ex Manifattura Tabacchi e l’attività del Laboratorio di storia di Rovereto nell'intervista a Tania Vaclavikova e Alessandro Andreolli

Pubblicato il: 21-08-2018

È il diario manoscritto di Giuseppe Passerini il primo "materiale di lavoro" nel quale si imbatté oltre trent'anni fa quello che è oggi il Laboratorio di storia di Rovereto. Ed è certamente significativo che quell'oggetto sia tra le prime testimonianze esposte nella mostra "Cosa videro quegli occhi! Uomini e donne in guerra. 1913-1920". Forse l'ultima che il Laboratorio dedicherà alla Grande Guerra e alle storie degli uomini e delle donne che attraversarono quell'epoca, restandone irrimediabilmente segnati.

Abbiamo incontrato due ricercatori che dell'attività del Laboratorio sono tra i più giovani interpreti, Tania Vaclavikova e Alessandro Andreolli, per farci raccontare come si è svolto il lavoro confluito nell'esposizione, aperta al pubblico presso un'ala dell'ex Manifattura Tabacchi fino al prossimo 30 dicembre, e in generale come opera questa particolarissima realtà, fondata a Rovereto nel 1989.

A: La mostra si inserisce nell'ormai pluridecennale lavoro di recupero e divulgazione del nostro laboratorio. Un percorso avviato negli anni Ottanta, e però fortemente connotato dagli indirizzi delle precedenti esperienze di alcuni storici legati alla rivista "Materiali di Lavoro": Quinto Antonelli, Gianluigi Fait, Diego Leoni, Fabrizio Rasera e Camillo Zadra. Attraverso un corpus ingente di testimonianze, circa 500 tra immagini fotografiche e filmate, documenti, oggetti e reperti dell'epoca, l'esposizione intende ricostruire la vicenda di soldati, prigionieri, ma più in generale di donne e uomini trentini durante la Prima guerra mondiale. Frutto di una lunga e complessa preparazione, tale lavoro riassume quindi, quasi a concludere, in concomitanza con le manifestazioni del Centenario, il lungo lavoro dedicato dal Laboratorio al Trentino e ai trentini nelle due guerre mondiali.

T: Anche in questa occasione, come è sempre accaduto nelle nostre precedenti esperienze, il Laboratorio racconta una guerra molto diversa da quella ricostruita, dall'alto e da lontano, da giornalisti, letterati e artisti. Tale lavoro restituisce valore e dignità alle vicende delle classi popolari, dei fanti e delle loro famiglie. Indaga e rivela i pensieri, le emozioni, le paure, le speranze, il dolore, a volta la dolcezza, di chi visse, nel quotidiano e sulla propria pelle, la crudeltà del conflitto, della prigionia, dell'esilio.

Come avete raccolto i materiali esposti in mostra?

T: Si tratta di un processo meticoloso, molto lungo e molto delicato. Ogni fonte contiene informazioni utili in sé; di più, può rimandare anche ad altre fonti ugualmente significative. Ciò accade ad esempio quando nel diario di un soldato, o nella sua corrispondenza, si cita un compagno di trincea. A questo punto diventa necessario studiare quel documento, e collocare gli elementi di quel racconto nelle trame più larghe della Storia, cercando di inseguire le ulteriori possibilità di ricerca aperte da quel nuovo indizio.

A: Risaliamo prima alle famiglie e cerchiamo di contattarle; interroghiamo le anagrafi comunali, se la loro provenienza è nota. Non trascuriamo la consultazione di alcun strumento, anche degli elenchi telefonici. Entriamo poi in relazione con i discendenti, nella speranza che possano avere conservato degli oggetti, dei ricordi, dei frammenti autografi… attraverso i quali aprire nuove strade alla ricerca. Nel caso in cui abbiano conservato qualche testimonianza, non tutti appaiono consapevoli dell'importanza storica di questi materiali; per alcuni di loro, scritti e reperti hanno un valore esclusivamente affettivo, ma nella maggior parte dei casi gli attuali proprietari sono ben felici di offrirci quanto possiedono, rendendosi soprattutto disponibili nel consegnare queste testimonianze a un pubblico più ampio.

Come è organizzata l'attività all'interno del Laboratorio?

T: Non c'è una gerarchia. Sotto questo aspetto si tratta di un laboratorio antiaccademico, aperto a percorrere strade inesplorate, anche le più contraddittorie. Ciascuno contribuisce nella misura in cui glielo consentono le proprie possibilità, le proprie competenze, i propri interessi, ricavandosi per questo un ruolo unico e complementare a quello degli altri. La componente più anziana, ad esempio, risulta determinante nella ricerca sul campo, perché più di quella giovane conosce le differenti comunità locali, con le quali ha avuto negli anni diverse occasioni di relazione. Dai contatti già stretti è possibile quindi partire per creare nuovi, preziosi legami.

A: Poi, nella condivisione, tipicamente settimanale, tutte le parti vengono a integrarsi: lo studio delle fonti e la ricerca sul campo, il lavoro di catalogazione e l'aggiornamento degli archivi, fotografici e documentari. È un impegno corale, al quale concorrono le singole individualità, per fondersi nell'anima di quel ricercatore collettivo che interroga la comunità per restituire un senso ai frammenti che ha raccolto.

Il Laboratorio ha altri progetti notevoli in corso…

A: Non abbiamo menzionato fin qui le nostre pubblicazioni. Anche da questo progetto espositivo è derivato infatti, dal punto di vista bibliografico, un volume che è più che un semplice catalogo, poiché contiene fotografie e testimonianze d'archivio che integrano e completano la ricostruzione delle storie particolari ricavate dall'analisi dei documenti, delle immagini e degli oggetti presenti nell'allestimento. Un secondo volume, comprendente alcuni contributi realizzati per un aggiornamento e un approfondimento degli studi fin qui condotti, è invece in uscita.

T: Vale anche la pena di ricordare che in questi mesi è in programmazione in diversi luoghi della Repubblica Ceca la mostra "Gli spostati. Profughi, Flüchtlinge, Uprchlíci 1914-1919", realizzata consultando le fonti conservate negli archivi di Boemia e Moravia, regioni che ospitarono il maggior numero di profughi trentini e dalle quali io stessa provengo. I contatti da noi precedentemente allacciati nel corso delle ricerche ci hanno infatti aperto nuove opportunità di divulgazione anche in quei territori, che stanno riscoprendo con grande interesse una storia che rischiava di rimanere altrimenti sepolta.

 
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